Stellario D'Urso

Musings and things I like – Pensieri e cose che mi piacciono

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Wishing for a feminine religion – Desidero una religione femminile

One morning this July 2016, on vacation in a small town in Sicily, I learned about the terrorist incident in Nice. Somehow this event hit me more viscerally than all the others in the past months. Perhaps the mechanics of it, using a truck, made me realize how vulnerable we really have become. Not being able to shake this pain I went for a walk, and while wondering through this town I didn’t know I ran across a small chapel and, uncharacteristically for me, I felt the need to go in for a prayer. I was the only one inside this chapel and looking up at the altar I realized it was dedicated to the Madonna. She was the main figure there not the Christ and suddenly I wished that our religions were centered on women. Women deities, women clerics (most of all), women theologists. It occurred to me that perhaps then all religions would be inherently kinder, given women’s greater propensity for compassion (surely not because of their weakness!). Somehow it seemed impossible that religion interpreted by women would have inspired anyone to mow down other human beings with a truck.
Una mattina di questo Luglio 2016, mentre in vacanza in un piccolo paese della Sicilia, leggo dell’attacco terroristico di Nizza. Per qualche motivo questo evento mi colpi’ in maniera piu’ viscerale degli altri dei mesi precedenti. Forse la meccanica dell’evento, usando un camion, mi fece realizzare quanto siamo diventati vulnerabili. Non riuscendo a scrollarmi di dosso questo dolore decisi di fare una passeggiata in paese e cosi’, girovagando per questo posto che non conoscevo, mi imbattei in una piccola cappella e, in maniera poco caratteristica per me, sentii il bisogno di entrare per una preghiera. Ero l’unica persona dentro e sollevando lo sguardo verso l’altare compresi che la cappella era dedicata alla Madonna. Era Lei la figura principale, non il Cristo, e cosi’, d’un tratto, desiderai che le nostre religioni fossero tutte centrate sulle donne: deita’ femminili, un clero femminile (soprattutto) , donne teologhe. Realizzai che forse cosi’ le religioni sarebbero inerentente piu’ gentili, vista la maggior propensita’ che le donne hanno per la compassione (non senz’altro per la loro debolezza!). In qualche modo mi sembro’ impossibile che una religione interpretata da donne potesse aver inspirato alcun essere umano a a falciare i suoi simili con un camion.

Watching our parents age – Osservando i nostri genitori invecchiare

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Like all others at my age, fortunate enough to still have parents alive, I struggle watching them (my Mom only at this point) get old. As I go through this process and as I observe others doing the same I realize how ingrained the children/parents dynamics are and how difficult it is, for most of us, to transition to the role of caregivers and how misused this term is. To give care usually refers to acts of practical helpfulness: a ride to a doctor, a chore, cooking a meal. In more extreme cases we give (or we make arrangements for) physical care. We struggle with it and perhaps we even resent it sometimes. Aren’t they supposed to care for us after all? But above all I observe a difficulty in understanding their need for emotional care. We fail to see that physical frailty often overshadows an emotional one and our failure to recognize, accept and even embrace this emotional state is perhaps the greatest form of neglect of which we are culpable.
I never really understood fear until I saw my Mom dealing with the loss of my Dad. Overnight almost, this strong, intelligent, curious, fiercely independent, take charge kind of a woman became scared of everything. Invested with responsibilities no longer shared she became tentative, insecure and just plain terrified. Watching her I understood how fear is the most violent and debilitating feeling we are exposed to. Living in fear (real or perceived) is unequivocally, a form of torture. Not being able to rely on a strong, fully functional body amplifies this sense of incapacitation and self-doubt. And yet, she is supposed to be Mom to all of us. Be strong, dispense advice, always know what to do and how to do it, as if we were still kids. I see similar dynamics in so many other families and situations. When failing to be their old selves our parents break the implicit promises to their now middle aged children: to be wise, to be strong, to be…. there.
Perhaps the greatest act of kindness we owe them is to recognize their new vulnerable reality and help them cope with it. Mostly by needing them less (or just pretending to) and by sheltering them from the everyday difficulties of our own lives, surely by loving them because of what they have become and not despite it. While we live lives where we mistake impatience for efficiency they need to take their time, do things twice, forget, change their minds, hesitate, cry, tell the same stories over and over again. I love those stories and I will miss them terribly when they will stop being told so I will listen to them every time as if it was the first, hoping it will not be the last.
Come tutti coloro della mia eta’, fortunati abbastanza da avere ancora i genitori in vita, faccio fatica a vederli (solo mia Mamma a questo punto) invecchiare. Mentre navigo questo processo e osservo altri fare lo stesso mi accorgo di quanto radicate siano le dinamiche figli/genitori e di quanto sia difficile, per la maggior parte di noi, la transizione al ruolo di chi presta le cure, e di quanto incompreso questo ruolo sia. Prendersi cura di solito si riferisce a gesti pratici di assistenza: un passaggio dal dottore, il disbrigo di una faccenda, cucinare un pasto. In casi piu’ estremi offriamo (o ci preoccupiamo di trovare chi lo faccia) cure fisiche. Facciamo fatica in cio’ e forse ce ne risentiamo anche. Non devono essere loro a prendersi cura di noi dopo tutto? Ma soprattutto osservo la difficolta’ nel capire la necessita’ per una cura emotiva. Falliamo nel non capire che la fragilita’ fisica spesso ne oscura una emotiva ed il nostro fallimento nel riconoscere cio’ , nell’accettarlo completamente, e’ forse la forma di negligenza piu grave di cui siamo responsabili.
Non avevo mai veramente compreso il concetto di paura sin quando ho visto la Mamma far fronte alla morte di Papa’. Quasi da un giorno all’altro questa donna forte, ferocemente indipendente, intelligente, curiosa, che si e’ sempre presa cura di tutti, inizio’ ad aver paura di tutto. Investita da responsabilita’ non piu condivise e’ diventata esitante, insicura, e semplicemente terrorizzata. Osservandola ho capito quanto la paura sia il sentimento piu’ violento e debilitante a cui siamo esposti. Vivere nella paura (reale or percepita) e’ inequivocabilmente una forma di tortura. Non essere capaci di far affidamento su un corpo forte, che funziona bene amplifica questo senso di incapacita’ e incertezza. Eppure noi ci aspettiamo che lei continui ad essere Mamma per tutti noi: essere forte, dare consigli, saper sempre cosa fare e come, come se fossimo ancora bambini. Vedo dinamiche simili in tante altre famiglie e situazioni: quando falliscono nell’essere i loro “giovani” stessi, i nostri genitori rompono quella promessa implicita fatta ai loro, adesso di mezza eta’, bambini: di essere saggi, di essere forti di essere ……qui. Forse, il piu’ grande atto di gentilezza che a loro dobbiamo e’ quello di riconoscere la loro nuova vulnerabilita’ ed aiutarli nel gestirla. Soprattutto nell’avere meno bisogno di loro (o almeno a far finta di) e proteggendoli dalle difficolta’ della nostra vita quotidiana. E di sicuro nel volergli bene per cio’ e non a dispetto di cio’ che sono divenuti. Mentre noi viviamo una vita dove confondiamo l’impazienza con l’efficienza loro hanno bisogno di prendersi il loro tempo, fare le stesse cose piu’ volte, dimenticare, cambiare idea, esitare, piangere e raccontare le stesse storie cosi’ tante volte. Adoro quelle storie e mi mancheranno terribilmente quando cesseranno di essere raccontate e percio’ le ascoltero’ ogni volta come se fosse la prima, sperando che non sia l’ultima.

 

 

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